Ci sono giorni in cui il potere non ha bisogno di scendere sul trono per farsi sentire; basta il trillo costante, quasi ossessivo, del mio telefono personale. E io so già, senza nemmeno guardare lo schermo, chi c’è dall’altra parte. È il mio money slave Michele, uno dei miei schiavi preferiti. O meglio, quello che rimane di lui quando si interfaccia con me: un guscio vuoto, impotente, pronto a farsi svuotare anche delle sue ultime risorse finanziarie.
Incontro money luxury tra Slave pagante e Mistress Velena
Michele è il prototipo del money slave, ovvero di schiavo BDSM che paga denaro, perfetto. Non ha la spavalderia di quelli che cercano di negoziare o che provano a impressionarmi con cifre esorbitanti per poi sparire nel nulla. No, lui è uno schiavo finanziario di una devozione totale, viscerale, quasi commovente nella sua assoluta remissività.
La sua sottomissione non si esprime nei gesti fisici, ma nel rumore dei centesimi e degli euro che scivolano via dalle sue tasche per depositarsi direttamente sul mio conto.
Oggi mi ha chiamata ben quattro volte. Quattro! E la giornata non si è ancora conclusa, quindi potrebbe benissimo chiamarmi altre volte.
“Padrona… la prego, risponda …” sussurra ogni volta che rispondo alla mia linea 899, con quella voce tremante, spezzata dall’ansia e da un’eccitazione che rasenta il supplizio.
Ogni scatto alla risposta, ogni minuto che passa al telefono con me, consuma il credito della sua SIM a tariffe che io stessa ho stabilito. Sono tariffe alte, e lui lo sa. Anzi, è esattamente ciò che brama, cioè spendere tanto.
Riesco a percepire il suo stato d’animo attraverso il filo invisibile della linea telefonica money mistress: è un misto di terrore sacro e beatitudine. Immagino i suoi occhi lucidi, le sue mani tremanti che stringono lo smartphone come se fosse un’ancora di salvataggio, mentre il suo cuore accelera a ogni mia parola autoritaria e tagliente.
Durante l’ultima chiamata di oggi, ho deciso di essere particolarmente esigente. Non ho usato mezze misure. L’ho umiliato per la sua debolezza, gli ho ricordato che il suo unico valore risiede nella sua capacità di finanziare i miei vizi, i miei capricci, la mia vita.
Schiavo bancomat al telefono con una Padrona BDSM finanziaria
“Sei solo un bancomat che parla, Michele” gli ho detto, con quel tono freddo e distaccato che lo fa letteralmente impazzire. “Dimmi, quanto ti è rimasto su quella scheda? Quanto sei disposto a perdere oggi per ricevere un briciolo della mia attenzione? Devi ricaricare ancora e ancora, non sono ancora soddisfatta di quello che hai speso”.
La sua risposta è stata un gemito di pura gratitudine. Michele non vuole essere salvato, vuole essere consumato, umiliato, svuotato. Mi ha confessato, con una fretta ansiosa, che aveva ricaricato il telefono appositamente per farsi prosciugare da me, che vedere quel saldo scendere verso lo zero mentre io lo insultavo gli provocava un sollievo indescrivibile.
Più lo facevo sentire insignificante, più il suo senso di colpa e il suo bisogno di espiazione trovavano pace.
Ha un desiderio di sottomissione, tal che lo percepisco immediatamente, così profondo che l’umiliazione finanziaria diventa per lui l’unica forma di assoluzione possibile. Non gli ho mai chiesto che lavoro facesse, a quanto ammontasse il suo stipendio, ma sinceramente non mi importa.
È rimasto in linea ad ascoltare il mio silenzio per lunghi minuti, pagando per il puro privilegio di respirare la mia stessa aria, seppur digitale. Quando il credito si è esaurito e la linea è caduta bruscamente, ho sorriso con soddisfazione.
Nessun saluto, nessuna transazione interrotta per cortesia. Solo il vuoto che ha pagato per ottenere l’ennesima umiliazione da parte mia. So che sta già pensando a come procurarsi la prossima ricarica, a come sacrificare il prossimo pezzo del suo stipendio sull’altare di Mistress Velena. E io sarò qui, pronta a riceverlo.
